Ultimo aggiornamento: martedi' 09 agosto 2022 00:34

Dejan Stankovic, il tributo a un campione

02.07.2013 | 09:29

Nel calcio avere una testa dura può essere determinante. Più di una tecnica cristallina, più di una discreta dose di fortuna. E Dejan Stankovic può confermare. Se oggi assistiamo all’uscita di scena di uno dei centrocampisti più forti degli ultimi 10 anni, con in bacheca 6 Scudetti, 5 Coppe Italia, 6 Supercoppe (record assoluto individuale), una Champions League, una Coppa UEFA, una Coppa delle Coppe, una Coppa del mondo per club e qualche pezzo d’argenteria Serba, è solo grazie a quella testa dura, che gli ha permesso di superare ogni difficoltà, di mescolare ogni gerarchia nei club in cui ha militato per diventarne un leader e condurlo alla gloria.La storia di Dejan Stankovic inizia a Belgrado, oggi capitale della Serbia, ma nel 1978 capitale della Jugoslavia, terra tormentata politicamente, dilaniata dai conflitti, ma da sempre culla di grandi talenti. A Belgrado, più precisamente nel quartiere di Zemun, dove il piccolo Deki inizia a giocare a calcio nelle strade come tutti i predestinati, ma il suo percorso non sarà quello di un messia. Il suo primo contatto con il calcio al di fuori delle strade serbe avviene in un provino, dove cerca di mettersi in mostra e vivere il suo sogno davanti agli osservatori di un gran club slavo, un sogno che però sembra destinato a finire ancor prima di iniziare: Deki viene scartato per mancanza di talento. Un verdetto che può tagliare le gambe e tarpare le ambizioni di tanti ragazzini, a eccezione di Dejan Stankovic, che, citando una massima del calcio, “non era il più forte, ma era il più determinato”. Dopo aver trascorso un breve periodo in un gruppo di danza folkloristica serba, Deki si guadagna il posto in una piccola società, il Teleoptik. Tanta personalità, e il profilo di un calciatore che proprio non sembra essere privo di talento, spingono gli scout della Stella Rossa a farsi avanti per il tredicenne. Non è certo stata una sentenza affrettata a rovinare la carriera della testa più dura di Belgrado, che inizia a bruciare le tappe nel settore giovanile della Crvena Zvezda, fino a debuttare in prima squadra a soli 16 anni. Nella sua prima stagione al Marakana collezionerà sette presenze, culminate con la rete contro il Buducnost Podgorica. Ben presto Dejan diventa un idolo dei tifosi della Stella Rossa, i Delije, davanti ai quali alzerà al cielo il primo trofeo della sua vita: il campionato Serbo 1994-95. La carriera di Dejan Stankovic è in piena ascesa: dopo il titolo nazionale vinto con i Crven-beli, per cui faceva il tifo sin da bambino, arrivano tre Coppe di Serbia (1995-‘96-‘97) e l’esordio sul palcoscenico europeo nel 1996, al termine dell’embargo posto dall’ONU nei confronti delle federazione della Serbia e Montenegro, contro il Kaiserslautern. A coronare l’esperienza di Deki alla Stella Rossa è la fascia di capitano ricevuta nel 1997, che va a completare la parabola dorata al Marakana con il record di più giovane capitano della storia del club, a soli 19 anni. L’ultima stagione serba di Deki, sebbene non impreziosita da trofei, è paradossalmente quella che segnerà la svolta nella sua carriera: è il febbraio del 1998 e la Serbia intera si ferma: si gioca Partizan-Stella Rossa. Il “Derby Eterno”, dove a sfidarsi non sono solo le due più grande squadre di Belgrado e della Serbia, ma anche due tifoserie, due ideologie: i Grobari del Partizan e i Delije della Stella Rossa. Non si tratta di semplici tifosi, si tratta di estremisti, di integralisti pronti a far sfociare nella violenza la manifestazione del proprio amore per la bandiera. Il derby eterno non è una semplice partita e non lo è mai stato per Stankovic, che fin da piccolo parteggiava per la Crvena, che da tre anni la rappresentava sul campo e da uno come capitano. In generale, il derby eterno ha sempre avuto un significato importante per Deki, ma quello disputato nel febbraio del 1998, il suo ultimo derby in campo, è stato quello della svolta.
Quando un centrocampista a soli 19 anni guida da capitano una piazza bollente come la Stella Rossa Belgrado e la conduce alla vittoria di un campionato e tre coppe, è impossibile rimanere indifferenti. Ben presto il nome di Stankovic si diffonde dall’altra parte dell’Adriatico e la Lazio decide di osservarlo da vicino. Durante il Derby Eterno. L’ambasciata bianco-celeste, nella figura dell’allora osservatore Vincenzo Proietti Farinelli, sembra apprezzare il numero 10 della Crvena: un centrocampista di personalità, con buone doti atletiche, un’ottima propensione alla fase offensiva e il vezzo del tiro da fuori, che sarà sempre il suo marchio di fabbrica. Al termine del campionato la Lazio si presenta a Belgrado con 24 miliardi di lire, quanto basta per strappare alla Stella Rossa il suo capitano, che si presenta all’Olimpico con un bagaglio di 85 gare disputate e 30 reti.
La testa dura di Deki a Roma troverà pane per i propri denti: un club europeo con una rosa di classe e valore assoluto: Veròn, Nedved e Mancini erano solo alcuni dei talenti con cui avrebbe dovuto lottare per una maglia da titolare. Inoltre la lontananza dalla sua Serbia avrebbe potuto giocare brutti scherzi. Sotto questo punto di vista, l’approccio con Roma verrà attutito da un altro serbo, un altro Delije: Sinisa Mihajlovic. Il terzino e Deki stringeranno una forte amicizia dando vita a un connubio che si manifesterà anche in campo, dove Dejan si affermerà ben presto: la rete all’esordio contro il Piacenza sarà solo il preludio della conquista di una maglia da titolare nella formazione capitolina, con la quale inizieranno ad arrivare anche i primi trofei. Alla Supercoppa Italiana del 1998 si aggiungeranno una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea l’anno successivo. Il 1999 sarà però l’anno delle grandi delusioni: il campionato perso a solo un punto dal Milan, che trascinerà dietro di sé una gran serie di polemiche riguardo a presunti aiuti ricevuti dal club rossonero. L’amaro in bocca con cui Dejan e i suoi compagni concludono il millennio è forte e per rialzarsi da una simile delusione serve una testa dura almeno quanto quella del serbo e una capacità di rimettersi a pedalare senza guardare indietro. Capacità che sembrano appartenere all’armata di Sven-Goran Eriksson, che confeziona un’annata altrettanto buona dal punto di vista del rendimento in campo, ma che sembrava volgere verso un epilogo analogo all’anno precedente: il secondo posto. Non era più il Milan a separare la formazione bianco-celeste dal secondo tricolore della sua storia, ma la Juve di Ancelotti, che si preparava a sollevare l’ennesimo scudetto all’ultima giornata. Il calendario vedeva la Lazio impegnata in casa contro la Reggina, mentre per i bianconeri l’ultimo ostacolo verso il titolo era il Perugia di Mazzone, in una trasferta apparentemente agevole. Era il 14 maggio 2000. Come da pronostico, la Lazio archivia davanti ai propri tifosi la pratica Reggina, senza troppe difficoltà, ma la vera fatica per i capitolini sarà sopportare un’inaspettata quanto estenuante attesa. Al Renato Curi di Perugia la pioggia rende impraticabile il terreno di gioco, tanto che Pierluigi Collina, arbitro designato per la gara, decide di sospendere la partita sul punteggio di 0-0, in attesa di un miglioramento delle condizioni del manto erboso. Con più di un’ora di ritardo, al Curi inizia la seconda frazione di gioco. La notizia del ritardo nel match di Perugia giunge anche a Roma, dove i giocatori e i tifosi della Lazio si ritrovano davanti ad un’inaspettata opportunità di vittoria. All’Olimpico si conteranno più radioline che sciarpe bianco-celesti, anche i giocatori seguono le sorti della capolista Juventus, che inizierà a trovarsi impantanata non solo nel pesante terreno del Curi, ma anche in uno zero a zero che odora di pericolo. A Perugia accade l’inaspettato e il Curi vive il pomeriggio più surreale della sua storia: Alessandro Calori, capitano degli Umbri trova la rete, facendo scoppiare di gioia due stadi e gelando il sangue di tutto il popolo bianconero. Il triplice fischio di Collina avvera un sogno nel quale la Lazio, almeno per quell’anno, aveva smesso di credere. Si festeggia all’Olimpico: 26 anni dopo, la Lazio è Campione d’Italia.
“Bog mi daje, Bog mi odnosi” cantavano i Bijelo Dugme, famoso gruppo rock jugoslavo degli anni ’70-’80 in una delle loro canzoni più famose, letteralmente “Il Signore da, il Signore prende”. Probabilmente Deki avrà pensato a questa canzone della sua terra, vedendosi restituire dalla sorte lo Scudetto che la squadra bianco-celeste avrebbe potuto vincere l’anno precedente.
Il 2000 è un anno d’oro: oltre allo storico Scudetto, la Lazio porta a casa anche la Coppa Italia, centrando così il double e una Supercoppa Italiana.
Il palmares di Stankovic alla Lazio era più che completo e il ciclo del serbo a Roma pareva essere terminato: Vittorio Cecchi Gori, patron della Fiorentina, decide di potenziare la squadra viola ingaggiando l’ex Crvena Zvezda. Tra le parti c’è intesa totale, ma all’ultimo minuto il trasferimento viene bloccato a causa dei gravi problemi finanziari che vedono coinvolti la Fiorentina e il suo presidente, problemi che saranno solo da preludio al fallimento dei gigliati dell’anno seguente.
Sfumata la pista viola, Stankovic resta alla Lazio, ma non avrà più occasioni di sollevare trofei con questa casacca.
Il calcio, si sa, è strano, e molte volte ha le sembianze di una giostra: un anno soffro io, domani tu, oggi piango io, domani tu, oggi sollevi una coppa al cielo, domani toccherà a me: i posti a sedere e le emozioni sono gli stessi, ma si alternano più protagonisti. Dopo le lacrime versate, per la Lazio è arrivata la festa. Prima si soffre e poi si vince, questo sembra il tema che accomuna le storie di grandi imprese, e nel 2002 si ha l’apice del grande calvario dell’Inter: i nerazzurri non vincono uno scudetto dal 1989. Non un titolo qualsiasi, lo scudetto dei record con Trapattoni alla guida, con il maggior numero di punti totalizzati quando la vittoria fruttava solo 2 punti. Il 5 maggio del 2002, l’Inter ha la chance di tornare sull’Olimpo del calcio italiano: la classifica li vedeva primi con 69 punti alla 37esima giornata con la Juventus a 68 al seguito. L’ultima giornata prevedeva un Lazio-Inter all’Olimpico che divideva i nerazzurri dall’ambito titolo, mentre la Juventus doveva vincere e sperare al Friuli di Udine. Tra l’Inter e lo Scudetto soltanto la Lazio di Stankovic.
Al Friuli la Juve fa il suo dovere e ridimensiona la formazione di casa con le reti di David Trezeguet e Alessandro Del Piero, all’Olimpico il punteggio dei primi 45’ minuti è chiaro: uno 0-2 che sembra aver già cucito lo Scudetto sul petto della Beneamata. Ma il calcio è strano e nella ripresa accade l’inaspettato: prima Inzaghi, poi Di Biagio, e infine due volte Poborsky: le 4 reti dei laziali non lasciano neanche il tempo ai nerazzurri di capire che sarebbe stato il pomeriggio delle lacrime per una città.
Lazio-Inter è stato un incrocio singolare, e il destino ha voluto che due anni dopo Dejan Stankovic sarebbe approdato nel relitto nerazzurro, lasciato piangente in quel sorprendente 5 maggio, all’apice delle proprie sofferenze.
Correva l’anno 2004, l’Inter si era già leccata le ferite della disfatta all’Olimpico e lottava per un altro obiettivo: la qualificazione alla Champions League. Deki arriva nel calciomercato di gennaio, dopo essere stato vicino agli eterni rivali della Juventus, ma ci mette poco a entrare nel cuore della tifoseria nerazzurra, contribuendo al perseguimento dell’obiettivo con 14 presenze e 4 gol.
L’anno successivo Stankovic ritrova un vecchio amico e compagno alla Lazio: Roberto Mancini, che conduce i nerazzurri al terzo posto e alla vittoria della Coppa Italia, primo trofeo del serbo a Milano e piccola grande soddisfazione prima della stagione che cambierà le sorti del calcio italiano.
La stagione 2005-2006 verrà dominata dalla Juve, e i nerazzurri bisseranno la prestazione dell’anno precedente, confermandosi terzi in graduatoria e vincitori della Coppa Italia, o almeno, questo è quel che accade in campo, perché l’estate 2006 è per molti quella del mondiale vinto in Germania, ma per altri quella del terremoto: scoppia lo scandalo di Calciopoli, che vede molte società italiane come Juventus, Milan, Fiorentina e Reggina implicate in illeciti. I verdetti sono esemplari: Juventus in Serie B, penalizzazione nei punteggi delle altre società coinvolte e revoca per i bianconeri degli ultimi due scudetti vinti. Il primo, per la seconda volta nella storia del calcio italiano sarà “non assegnato”, mentre il secondo sarà assegnato all’Inter.
La giostra del calcio vede scendere una gloriosa squadra come la Juventus nel peggiore dei modi, con un enorme peso morale sulle spalle e nella maniera più disonorevole per un club con una così grande tradizione. Inizia così, dalle ceneri di uno scandalo che ha svelato il marcio nel sistema, uno dei cicli più vincenti del calcio moderno: quello dell’Inter.
Mancini disegna un’Inter dirompente fisicamente, acquistando dai retrocessi bianconeri Zlatan Ibrahimovic, una delle punte più forti degli ultimi 20 anni, facendo girare intorno a lui un 4-3-1-2 con Deki dietro le punte che, a onor del vero senza una degna concorrenza, conduce i nerazzurri a un punteggio storico: 97 punti in 38 partite.
L’Inter rientra di diritto nell’Olimpo del calcio italiano e Stankovic ne è un pilastro: la conquista del 16esimo consolida la leadership di quella che ormai è la prima squadra italiana.
Il 2008 è però l’anno di un grande addio: dopo aver vinto tutto in Italia e aver riportato l’Inter ai vertici del campionato, Roberto Mancini si dimette; Moratti decide di puntare su Josè Mourinho, ex tecnico del Chelsea e del Porto, con un solo obiettivo: vincere in Europa.
Con la partenza del Mancio, anche la posizione di Stankovic inizia a traballare: il serbo sembra essere a un passo dalla Juve, ma per la seconda volta, il destino impedisce questo matrimonio, e Deki resta a Milano.
Mourinho lo motiva e riesce a inserirlo nel nuovo progetto, dandogli nuovi stimoli e nuove ambizioni, rendendo un trentenne apparentemente sul viale del tramonto in un punto fondamentale dell’Inter che vuole continuare a vincere. La duttilità di Deki e la sua grinta gli permettono di affermarsi anche alla corte dello Special One, che decide di assegnargli il ruolo di trequartista, già ricoperto durante l’ultimo periodo con Mancini. Il primo anno di Mourinho presenta un bilancio tutto sommato positivo: la conquista del diciassettesimo scudetto, ma senza successi in ambito internazionale.
Le squadre di Mourinho sono come il vino, migliorano col tempo, e la seconda stagione del tecnico lusitano a Milano presenta premesse incoraggianti: l’addio di Ibrahimovic, volato al Barcellona, è sopperito dall’arrivo di Samuel Eto’o e Diego Alberto Milito, due attaccanti con il gol nel sangue. La squadra di Mou non era però completa: Stankovic si è sempre comportato bene nel ruolo di incursore nel 4-3-1-2, ma non era il suo ruolo, per questo il tecnico ha richiesto a gran voce un playmaker, figura identificata dalla dirigenza della Beneamata in Wesley Sneijder, trequartista olandese prelevato dal Real Madrid, il cui acquisto permette a Deki di tornare nei ranghi che gli competono, ovvero la linea mediana del campo.
L’Inter domina in Italia e, dopo uno stentato avvio ai gironi, si afferma anche in Champions League, impresa dopo impresa, eliminando via via squadre come Chelsea e Barcellona. Con ormai nel sacco il diciottesimo scudetto e la Coppa Italia, l’armata di Mourinho si presenta alla finale di Champions contro il Bayern Monaco con una fame implacabile: dopo 45 anni l’Inter ha l’occasione di tornare sul tetto d’Europa. La doppietta di Milito fredda i bavaresi e regala all’Inter la sua terza Champions League, permettendo così ai nerazzurri di fregiarsi del primato di unici realizzatori italiani del “Triplette”, ovvero della conquista di campionato, coppa nazionale e coppa europea.
Il ciclo nerazzurro pare essere concluso con quella splendida serata: dopo aver placato la fame di trofei, inizia un lento declino nelle prestazioni della Beneamata, che si concede una stagione poco gratificante, conclusa con il terzo posto in campionato, ma con la vittoria della Coppa Italia e nel Mondiale per Club, e due disastrose, terminate rispettivamente con un sesto e un nono posto.
Sono gli anni del ritorno di fiamma della Juventus, che con Conte in panchina ritorna meritatamente in vetta, mentre l’Inter è in totale declino.
Stankovic attraversa i due anni più duri della propria carriera: la verve degli anni passati si vede a sprazzi e gli infortuni lo tengono sempre più lontano dai campi. La parabola del Drago inizia ad assumere una forma discendente e nel 2013 prende piede l’ipotesi della rescissione contrattuale, sempre più concreta.
L’Inter si prepara a perdere uno dei centrocampisti più importanti degli ultimi 20 anni, un esempio di attaccamento ai tifosi e dedizione. Deki, idolo della curva e senatore di Appiano, sta per deporre le armi.
Dopo vent’anni di calcio giocato a grandi livelli, dopo aver vinto tutto quel che c’era da vincere, Stankovic lascerà un ricordo indelebile nel cuore delle sue tre tifoserie.
Un centrocampista totale, dal fisico possente e dalla tecnica discreta, sacrificata più volte sull’altare della sostanza; mediano, trequartista, interno, un trasformista pronto a dispensare essenziali geometrie in mezzo al campo e all’occorrenza sfoderare il piatto forte della casa: il tiro dalla distanza. Oltre alle numerose fiammate da 25 metri che hanno impreziosito le sue prestazioni, possiamo ricordare anche tre gol da centrocampo. Uno stacanovista in grado di arrivare ovunque, di difendere e attaccare, di giocar di fioretto quando richiesto e di far legna nel momento opportuno. Sempre un punto di riferimento, sempre un esempio per caparbietà e impegno, che ora abbandonerà la curva che lo ha più amato.
Quale sarà il destino della testa dura di Belgrado? Un ritorno alla Crvena Zvezda da vincente, per far finire il sogno dove è iniziato e concludere nella maniera più romantica la parabola di Deki? Un ritorno alla Lazio, magari per diventare una pedina di rilievo, visti i timidi interessamenti della società capitolina? Un approdo alla Fiorentina, per portare a vincere anche la piazza alla quale è stato vicinissimo? Un ritiro, per concludere a 35 anni una delle carriere più vincenti della storia del calcio?
Tra poco la nebbia sul futuro di Deki si dissolverà e tutto sarà più chiaro. Qualunque sia la sua scelta, Dejan Stankovic la affronterà con la determinazione che ha caratterizzato la carriera di uno dei pochi calciatori che non ha scritto il proprio nome solo con tecnica o fortuna, ma con il sudore e la fatica. La dote più grande di un campione.