Storie Mondiali. 2006: gli azzurri calano il poker
12/06/2014 | 19:55:00

I Mondiali sono sempre più vicini. Abbiamo pensato di riproporvi il racconto delle singole edizioni, partendo dal 1930. Una cavalcata emozionante che ci porterà all’evento brasiliano dopo aver ripercorso le tappe più significative dell’appuntamento da sempre più atteso.
Corsi e ricorsi storici a tinte nitidamente azzurre, la 18° edizione del Campionato del Mondo conforta lo storico assunto di Giambattista Vico, ma anche gli amanti dei grandi numeri.
L’Italia conferma la legge che la vuole in finale ogni 12 anni (1970, 1982, 1994), con vittoria ad alternanza, e sfata finalmente il tabù dei calci di rigore che l’aveva vista soccombere in casa nel 1990, a Pasadena nella già accennata avventura americana del ‘94 ed a Francia ’98: il non c’è 2 senza 3 era già in archivio, la quarta volta è stata quella giusta.
Alle 22.42 del 9 luglio del 2006 l’eroe inaspettato, Fabio Grosso, appone dal dischetto il sigillo al suo Mondiale da favola e ristampa definitivamente in bianco e nero le foto Mundial del Zoff–Gentile–Cabrini, facendo esplodere un Paese intero che si riversa nelle piazze, ebbro di gioia, per festeggiare a più non posso.
Il riscatto più bello dopo un inizio estate tribolato come pochi, ancor più di quello del 1982, riagganciandoci a Vico. In Spagna risentivamo ancora degli strascichi del Totonero, con i conseguenti attacchi a Bearzot per la convocazione di Pablito a discapito di Pruzzo. In Germania arriviamo invece in piena Calciopoli, al di là del caso Buffon (indagato per una vicenda di scommesse online, poi archiviata), e parte dell’opinione pubblica – e degli addetti ai lavori – si sente autorizzata a chiedere la testa degli juventini più rappresentativi e di Marcello Lippi, non toccato dall’inchiesta ma padre di Davide (alla fine assolto), uno degli agenti di quella Gea finita sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti. Fortunatamente, almeno sull’avventura tedesca, non incide il frettoloso giustizialismo di Guido Rossi, stimatissimo professore in orbita Inter collocato al vertice della Federazione dopo l’uscita di scena di Franco Carraro. Il commissario straordinario ribadisce infatti la fiducia nel Ct, passaggio ineludibile in vista della cavalcata trionfale.
Per quanto riguarda le favorite d’obbligo, su tutti spicca il Brasile campione uscente che può annoverare tra le proprie file assi del calibro di Ronaldo, Ronaldinho, Kakà, Adriano, Roberto Carlos, Cafu, Emerson e Juninho. Subito a ruota la Germania padrone di casa, la Francia di Zidane, i nostri e l’Argentina dei Crespo, Milito, Tevez e del giovanissimo Leo Messi, che si laureerà marcatore più giovane della competizione.
Venendo adesso alla fase eliminatoria, tutte le selezioni più quotate passano il turno: tedeschi sul velluto nel girone A (Costa Rica, Polonia ed Ecuador non erano banchi probanti), l’Inghilterra più a fatica nel gruppo B e così via via Argentina, Olanda, Portogallo, Francia, Brasile, Spagna e la sorprendente Australia guidata dal maestro Guus Hiddink, che nel girone F si qualifica dietro la Seleção ai danni della più accreditata Croazia, guadagnandosi il diritto di sfidarci agli ottavi.
L’Italia fa la voce grossa nel gruppo E, chiuso in testa grazie ai successi contro Ghana e Repubblica Ceca intervallati dall’1-1 con gli Stati Uniti, match che toglie di mezzo fino alla finale Daniele De Rossi, espulso per la gomitata inferta a Brian McBride e successivamente squalificato per 4 giornate.
Nella prima gara ad eliminazione diretta, con i Socceroos, gli azzurri rischiano parecchio: un altro cartellino rosso, questa volta mostrato a Materazzi, complica loro la vita ma al 95’, quando i supplementari sembrano ormai realtà, una scorribanda di Grosso origina il rigore dell’1-0: Francesco Totti, freddissimo dagli 11 metri, non lascia scampo a Schwarzer. Tutte le altre big superano lo step degli ottavi, eccezion fatta per l’Olanda, capitolata contro il Portogallo.
I quarti di finale vedono invece uscire di scena le due sudamericane: il Brasile cede il passo ai Bleu di Domenech, impostisi con una zampata sotto misura di Titì Henry, mentre la Selección – con Messi relegato in panchina – capitola ai rigori contro la Germania, emulata dall’Inghilterra, cui il fato riserva la stessa sorte a beneficio dei lusitani di Cristiano Ronaldo. L’Italia sbriga agevolmente la pratica Ucraina, grazie ad una stoccata del sontuoso Gianluca Zambrotta ed ai primi – e ultimi – due gol del totem offensivo Luca Toni.
Dortmund, 4 luglio, è qui che si scrive la storia di questo Mondiale. Germania e Italia si ritrovano in semifinale come nel 1970 ma indubbiamente, rispetto alla partita del secolo, la beffa per i teutonici è ancor più atroce poiché maturata davanti al pubblico amico, che non si consolerà affatto con il terzo posto e il titolo di capocannoniere conseguito da Miroslav Klose. Malgrado l’ambiente sia interamente ostile, la nostra Nazionale regge bene l’urto e chiude i 90 minuti sullo 0-0. Nell’extra-time sale in cattedra Marcello Lippi, artefice di un autentico capolavoro tattico. Alzi la mano chi si sarebbe aspettato quelle sostituzioni: fuori Camoranesi e Perrotta, dentro Iaquinta e Del Piero, con Totti e Gilardino già in campo. Altro che catenaccio: quattro punte, sia pur con mansioni di copertura, per mettere all’angolo l’avversario e mandarlo al tappeto negli ultimi 2 minuti del secondo tempo supplementare, con due calibrati interni a giro sul secondo palo.
Prima Grosso, innescato dal no look di Pirlo, poi Del Piero in contropiede: la loro corsa sfrenata era la nostra, i visi trasfigurati dall’esultanza quelli di una Nazione intera, ai piedi dei suoi divi del pallone con la bussola orientata verso Berlino, teatro dell’ultimo atto contro gli acerrimi rivali transalpini, abili nel liquidare il Portogallo per effetto del penalty di Zidane.
E Zizou si ripete al 7’ della prima frazione all’Olympiastadion: l’arbitro Elizondo sanziona con la massima punizione un intervento di Materazzi su Malouda e il fenomeno d’oltralpe estrae dal cilindro un cucchiaio oltraggioso che spiazza Buffon, incoccia la traversa e poi rimbalza al di là della linea bianca. Dodici minuti più tardi Materazzi si fa perdonare, svetta più in alto di tutti su un angolo di Pirlo e trafigge Barthez con una precisa inzuccata: 1-1, palla al centro, ma il risultato non cambierà più. Al 5’ del primo supplementare si registra la svolta, ossia la testata più famosa della storia del calcio che vede come vittima e carnefice i due marcatori di serata: Marco provoca Zidane e Zizou reagisce nel peggiore dei modi, concludendo ingloriosamente una carriera fantastica. Alla lotteria gli azzurri si rivelano dei cecchini, a sbagliare è lo juventino (uno degli otto in campo) David Trezeguet, proprio colui che ci aveva sottratto l’Europeo del 2000 ci consegna la quarta Coppa del Mondo, levata al cielo dal sovrumano Fabio Cannavaro che qualche mese dopo verrà insignito del Pallone d’Oro, precedendo l’altrettanto sublime Gigi Buffon piazzatosi alle sue spalle.
Otto anni dopo, la sensazione è che la Nazionale della quale abbiamo appena cantato le gesta non sia ancora compiutamente entrata nel mito. Non tanto per il calendario benevolo fino alle semifinali, la fortuna aiuta gli audaci, quanto perché 10 campioni su 23 – oltre all’allenatore – ancora sono in attività: in questi casi è il tempo a dover fare il suo corso. D’altronde non potrebbe essere altrimenti perché, al di là del successo in sé, vincere un Mondiale senza subire in sette partite neanche un gol su azione, dalle avversarie (gli Usa pareggiarono con un’autorete di Zaccardo), certifica la forza di un gruppo cementato da tanti fuoriclasse, leader carismatici sia sul rettangolo verde che nello spogliatoio, presentatisi alla kermesse iridata all’apice del loro vigore agonistico. Un gruppo in grado di sopperire all’assenza di Alessandro Nesta, infortunatosi all’inizio della sfida contro i cechi, e nel quale fece da comparsa l’Inzaghi che dodici mesi dopo avrebbe portato il Milan sul tetto d’Europa e del Mondo a suon di gol: i 30 miseri minuti raggranellati da Superpippo, sesta punta in Germania, danno la misura dello strapotere dell’Italia 2006.
JODY COLLETTI
TABELLINO DELLA FINALE
ITALIA-FRANCIA 1-1 (6-4 d.c.r)
(9-7-2006, Berlino, Olympiastadion)
ITALIA: Buffon; Zambrotta, Cannavaro, Materazzi, Grosso; Gattuso, Pirlo; Camoranesi (86′ Del Piero), Totti (61’ De Rossi), Perrotta (61’ Iaquinta); Toni. A disp.: Peruzzi, Amelia, Zaccardo, Barzagli, Gilardino, Nesta, Barone, Inzaghi, Oddo. All.: Lippi
FRANCIA: Barthez; Sagnol, Thuram, Gallas, Abidal; Makelele, Vieira (56’ Diarra); Ribery (100′ Trezeguet), Zidane, Malouda; Henry (107’ Wiltord). A disp.: Landreau, Coupet, Boumsong, Dhorasoo, Govou, Silvestre, Givet, Chimbonda, Saha. All.: Domenech
Arbitro: Elizondo (Arg)
Marcatori: 7′ Zidane rig. (F), 19′ Materazzi (I)
Sequenza Rigori: Pirlo gol; Wiltord gol; Materazzi gol; Trezeguet traversa; De Rossi gol; Abidal gol; Del Piero gol; Sagnol gol; Grosso gol.
Ammoniti: Zambrotta (I), Sagnol, Diarra, Malouda (F)
Espulso: Zidane (F)