SPALLETTI, VLAHOVIC E IL BALLETTO
05/03/2026 | 20:30:06

Il rinnovo di Luciano Spalletti è un passaggio obbligato: dal suo arrivo molte cose sono cambiate, qualche calciatore si è attestato su un rendimento accettabile dopo essere sceso sotto il 5, la metamorfosi di Locatelli è stata importante, pur non trattandosi del regista ideale per il calcio di Lucio. Se la Juve ha 6-7 punti in meno (come minimo) la colpa è di Comolli che la scorsa estate ha voluto a ogni costo la conferma di Tudor per poi cambiare idea dopo pochissimi mesi. Chi stava al suo fianco, Giorgio Chiellini, avrebbe dovuto come minimo aprirgli gli occhi e non l’ha fatto. Se fai il dirigente, dici che vuoi fare il dirigente, non puoi bucare passaggi del genere perché poi la colpa è anche tua. Dopo la giornata numero 27 la Juve ha 5 punti in meno rispetto alla scorsa stagione, quella fatidica del fallimento Motta. Quei 5 punti sono sulla coscienza di Comolli e Chiellini, probabilmente Lucio ne avrebbe aggiunti altri 3-4 – il saldo sarebbe stato positivo – se durante il Mondiale per Club si fosse arrivati alla logica decisione di cambiare puntando solo ed esclusivamente su un allenatore (Spalletti per distacco) che avrebbe potuto dare le giuste dritte di mercato. E che magari avrebbe consigliato di non aspettare due mesi per Kolo Muani per poi cambiare formula di acquisto, indispettendo il Paris Saint-Germain e decidendo in seguito di fare un bagno di circa 45 milioni per Openda. Ecco perché la conferma di Spalletti, che aveva anticipato lo scorso dicembre, è un passaggio obbligato: due anni di contratto per dare quel minimo sindacale di profondità a un progetto che ha bisogno di un allenatore degno di questo nome. Possibilmente affidandogli le pratiche di mercato, dipendesse da lui Osimhen sarebbe già bianconero ma ci sono tagliole clamorose che rendono l’operazione una Cima Coppi da scalare a piedi scalzi e senza bicicletta.
Ora il calendario sorride alla Juventus, ma non si può sbagliare un centimetro delle prossime partite, lasciare altri punti sul tavolo sarebbe più che sanguinoso. E una mancata qualificazione in Champions potrebbe portare la proprietà a presentare qualche conto salatissimo, partendo da Comolli, ammesso che il piazzamento sia sufficiente per spegnere i fuochi di un contributo che ritengo insufficiente e non all’altezza di un club così prestigioso. Quindi, intanto blindiamo l’allenatore e il resto va verificato con calma. Immaginate se la Juve s’aspettasse l’ultimo giro di carte (Champions o non Champions) per decidere: sarebbe l’ennesima dimostrazione di superficialità che il club non può permettersi. A meno che l’intenzione (la mia è una provocazione) non sia quella di tornare a vincere dopo il 2030. Dieci anni dopo l’ultimo Scudetto conquistato dalla Juventus, era la tarda primavera del 2020 e nessuno avrebbe immaginato che sarebbe trascorso così tanto tempo per vedere la squadra sul tetto d’Italia. Il problema non è soltanto vincere zero ma anche e soprattutto uscire dal giro che conta già a febbraio o marzo, un’insopportabile realtà. Riempirsi la bocca di belle parole è troppo facile per chiunque, traslocare dalle chiacchiere ai fatti è invece un passaggio imprescindibile. E passare dalla ricerca di un attaccante a gennaio, sondandone quattro o cinque incassando il due di picche, alla rivalutazione del contratto di Dusan Vlahovic è la sintesi – insopportabile – di simile improvvisazione.
Foto: sito Juventus