Juve-Barça: tra gap e storia, comunque vada sarà Triplete
06/06/2015 | 12:30:00

Comunque vada, sarà Triplete. Ci riferiamo chiaramente alla finalissima di Berlino, che stasera vedrà duellare Juventus e Barcellona con l’obiettivo di mettere le mani sulla Champions League. Entrambe già vincitrici di campionato e coppa nazionale, con il grande sogno a un passo. Un’impresa, quella del Treble per dirla all’inglese, già riuscita ai catalani nel 2009, così come all’Inter l’annata successiva e al Bayern Monaco nel 2013, tutte precedute da Celtic (1967), Ajax (1972), PSV Eindhoven (1988) e Manchester United (1999).
Non serve la palla di vetro per ribadire l’ovvio, ossia che il Barça gode dei pieni favori del pronostico. Non soltanto perché dispone dell’attacco più forte di sempre, la celebre MSN ha frantumato tutti i record, ma anche perché uno dei vecchi dogmi pallonari, quello del “vincere aiuta a vincere”, mai come questa volta potrebbe essere confermato. Tra le file blaugrana si contano infatti 8 reduci della finale 2011 (Piqué, Busquets, Xavi, Iniesta, Messi, Mascherano, Dani Alves, Pedro, oltre ad Adriano rimasto in panchina), i primi cinque erano in campo anche nell’ultimo atto del 2009, con Dani Alves squalificato e Pedro subentrato al 90’. In entrambi i casi fu il Manchester United a soccombere contro gli uomini di Guardiola. Mentre nel 2006 la truppa ai tempi guidata da Rijkaard ebbe la meglio su un’altra inglese, l’Arsenal di Wenger. E nove anni fa il 22enne Don Andrés (Iniesta) rilevò Edmilson all’intervallo, mentre Xavi rimase in panchina per tutti i 90 minuti e il 18enne Leo osservò e prese nota dalla tribuna dello Stade de France.
Insomma, il Barcellona ha trionfato in tre delle ultime nove edizioni e l’ossatura, come abbiamo appena visto, è la medesima degli ultimi due successi. Escludendo dal computo gli altri step intermedi, per lo più semifinali, il club culé è più che abituato, quasi assuefatto, a simili prosceni. Sa gestire la tensione, minimi i rischi emozionali: tutt’al più potrebbero inizialmente accusare il colpo Neymar e Suarez, gente che qualsiasi allenatore schiererebbe anche con una gamba sola, al netto di qualsiasi tremolio.
E la Juve nel merito come risponde? Non bene. Soltanto quattro bianconeri possono infatti vantare la Coppa dalle grandi orecchie in bacheca: Pirlo, vincitore in due occasioni con il Milan (nel 2003 e nel 2007, in quest’ultimo caso con Storari in rosa); Morata, opportunamente lanciato nella mischia (sullo 0-1) da Ancelotti contro l’Atletico lo scorso anno; e, dulcis in fundo, i due ex Red Devils Evra e Tevez, artefici del successo del 2008 a spese del Chelsea ma che con il Barça, quanto a finali di Champions, hanno un conto aperto. Patrice era in campo sia nel 2009 che nel 2011, Carlitos solo la prima volta (nel 2011 aveva abbondantemente cambiato sponda di Manchester).
E poi c’è lui, il portierone registrato oltre 37 anni fa all’anagrafe come Gianluigi Buffon. Il capitano c’era, 12 anni fa all’Old Trafford, quando la Juventus incassò la sua sconfitta più amara a livello continentale: già perché la prima di Pirlo coincise con l’ultima beffa bianconera nella finale del rimpianto Pavel Nedved, che domani sera spera in un risarcimento dal destino, sia pur da dirigente.
L’estremo difensore della Nazionale è l’unico reduce di quella Juve, sa bene che difficilmente avrà altre occasioni per riempire l’ultima casella di un palmares stratosferico. Dal 2003 di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima: torbida per i veleni di Calciopoli, tendente all’opaco durante gli anni della ricostruzione, limpida nel triennio Conte, cristallina quasi da bandiera blu adesso, al 6 giugno del 2015, con i primi due allori portati in dote dall’era Allegri. E la storia a portata di mano.
La finale di stasera per la Juventus assume una valenza specifica sconfinata, per il periodo buio trascorso ma non solo: il trofeo più ambito manca in corso Galfer dal lontano 1996, troppi 19 anni per la squadra che in Italia ha sempre fatto man bassa. L’Europa, per lo meno quella che conta, come tallone d’Achille: due sole finali vinte – su sette disputate – non costituiscono certo un buon bottino. La fame è tanta, così come la voglia d’interrompere il digiuno e spezzare, così, la striscia di tre sconfitte inaugurata nel 1997 col Borussia Dortmund e proseguita nel 1998 con il Real Madrid. In questi ultimi nefasti precedenti, però, la compagine di Lippi aveva tutta la pressione addosso, stavolta è ben diverso. E si sa che, spesso, da sfavoriti si gioca meglio.
Il gap tra le due contendenti, in ogni caso, è anche inevitabilmente economico, riflettendosi sul mercato.
Tralasciamo il caso Neymar, dal momento che in Spagna la giustizia deve ancora stabilire quanto è stato effettivamente versato nelle casse del Santos per il fenomeno verdeoro: di certo non i 57 milioni dichiarati al fisco dalla società azulgrana, bensì almeno 83, stando alla ricostruzione principale. È infatti sufficiente prendere come termine di paragone Luis Suarez: con il cash investito per il cartellino del solo Pistolero, 81 milioni di euro, il management di Madama ha praticamente costruito tutto l’undici titolare più le principali alternative. Eccezion fatta per Buffon, Chiellini (brutta tegola il suo forfait) e Marchisio, già in organico, la formazione tipo contempla Bonucci (15,5 milioni), Evra (1,6 milioni + bonus), Lichtsteiner (10 milioni), Pirlo (parametro zero), Pogba (parametro zero), Vidal (10,5 milioni + bonus), Morata (20 milioni), Tevez (9 milioni + bonus). E inseriamo ad abundantiam anche Pereyra (15,5 + bonus, quando verrà esercitato il diritto di riscatto), Barzagli (300.000 + bonus e Llorente (parametro zero). Il totale è pari a 82,4 milioni più gli eventuali bonus maturati. I numeri non mentono mai ed evitiamo di soffermarci sull’ulteriore abisso esistente in materia di stipendi dei calciatori e fatturati annui dei club. Al riguardo snoccioliamo solo un dato: al netto il monte ingaggi della Vecchia Signora ammonta a 59,5 milioni di euro. Con la medesima somma il Barcellona paga i 5-6 elementi più patinati.
La Juventus si aggrappa al sogno e, per il primo incrocio con Lionel Messi, confida nell’aria della Capitale tedesca per riscrivere la storia. Buffon, Pirlo e Barzagli capi-cordata: loro, all’Olympiastadion, in quella folle estate del 2006 si sono laureati campioni del mondo. Da Berlino a Berlino, per chiudere il cerchio.
Jody Colletti Twitter: @JodyColletti
Foto: Twitter Champions League