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CHAPECOENSE, UNA FAVOLA SPEZZATA CHE PROFUMA DI LEGGENDA

30.11.2016 | 09:25

Come sapete, quotidianamente su alfredopedulla.com dedichiamo un approfondimento ad un personaggio, distintosi per qualche prodezza balistica o magari al centro del mercato. Oggi però, eccezionalmente, cambiamo l’impostazione della nostra rubrica e non vi parliamo di un singolo. Oggi no, l’attenzione non può che essere rivolta alla squadra della Chapecoense, cancellata quasi totalmente dal terribile incidente aereo verificatosi in Colombia. I brasiliani erano volati alla volta di Medellin per coronare un sogno, ossia mettere le mani sulla Copa Sudamericana (equivalente della nostra Europa League). La rivelazione del futebol carioca, protagonista di un’escalation sensazionale negli ultimi anni partendo di fatto dai dilettanti, avrebbe dovuto contendere il secondo trofeo continentale al più quotato Atletico Nacional, vincitore nientemeno che dell’ultima Libertadores: la partita della vita. Ma l’atroce destino ha voluto diversamente, adesso non resta che attendere la decisione della Conmebol sull’attribuzione del titolo, che data la straordinarietà della circostanza potrebbe spettare ad entrambe le compagini, come richiesto dalla CBF, la Federcalcio brasiliana, mentre l’Atletico ha chiesto che venga assegnato agli avversari scomparsi.

Le ultime ore sono state condite da una serie di retroscena da brividi, da chi è rimasto a terra per aver dimenticato il passaporto (il figlio di Caio Junior, l’allenatore) ai calciatori salvatisi poiché non convocati per diverse ragioni: Nenem, Demerson, Marcelo Boeck, Andrei, Hyoran, Nivaldo, Rafael Lima, l’ex Villarreal Martinuccio e Claudio Winck, meteora del Verona nella prima parte della scorsa stagione. Al di là di Jackson Follman, Helio Zampier Neto e Alan Ruschel, sopravvissuti allo schianto unitamente ad altri tre miracolati. Dalle lamiere i soccorritori, accorsi nella impervia zona di La Union, dipartimento di Antioquia, hanno estratto Danilo, Gimenez, Dener, Caramelo Mateus, Marcelo, l’ex Salernitana Filipe Machado, Thiego, il capitano Cleber Santana (ex Atletico Madrid), Josimar, Gil, Sérgio Manoel, Matheus Biteco Bitencourt, Arthur Maia, Kempes, Ananias, Lucas Gomes, Tiaguinho, Bruno Rangel e Canela. Calciatori nel complesso poco patinati ma ugualmente destinati ad entrare nella galleria degli immortali, per la più triste delle ragioni. Vite di giovani sportivi, molti dei quali padri di famiglia, vite spezzate come quelle degli altri passeggeri del volo, tra dirigenti, staff tecnico, giornalisti al seguito e membri dell’equipaggio. Il bilancio delle vittime ieri sera è sceso da 75 a 71, dopo che le autorità hanno appurato che 4 persone alla fine non erano salite a bordo. Buio, fumo, terra e sangue per l’ultima – in ordine cronologico – delle tragedie aeree che hanno funestato il mondo del calcio. Negli occhi resteranno sempre le immagini dei tronconi del British Aerospace 146, gestito dalla compagnia boliviana Lamia, precipitato ad una cinquantina di chilometri da Medellin. E pensare che su quel velivolo, partito da San Paolo e che aveva fatto scalo in Bolivia, il Chapé non doveva nemmeno esserci. La squadra doveva partire con un charter privato, ma poi l’aviazione civile brasiliana non ha dato il placet. Il fato, evidentemente, aveva già scritto un copione da “Final Destination” reale, tragico e inappellabile.

A Chapecó, città da 210mila abitanti nel sud del Brasile, dalle prime ore del mattino di ieri un via vai continuo fuori dall’Arena Condá, la casa del Chapecoense (utilizziamo l’articolo al maschile in aderenza alla lingua madre): fiori e lacrime, bigliettini e oggetti lasciati in ricordo di quei ragazzi che, partiti praticamente dal nulla calcistico, si erano arrampicati fino all’Olimpo. Il 1973 l’anno di fondazione dell’Associação Chapecoense de Futebol, in seguito alla fusione tra l’Atletico Chapecoense e l’Independente. Cinque volte vincitore del modesto Campeonato Catarinense (lo stato di Santa Catarina non ha grandi rappresentanti calcistiche (Figueirense, Avai, Criciuma e Joinville le altre esponenti più note), due della Coppa statale, il Chapé aveva trascorso una vita nelle serie nazionali minori. Fino al 2009, l’anno della svolta. La musica cambia, note improvvisate iniziano ad armonizzarsi fino a comporre una sinfonia da ricordare, ed ecco che arriva la promozione dalla Serie D alla C; nel 2012 il terzo posto vale il primo storico accesso alla cadetteria e i Verdão do Oeste al debutto centrano subito il secondo posto, trascinati  dal bomber Bruno Rangel che va a segno 31 volte in 29 partite: doppio salto e conseguente approdo in A. Due tranquille salvezze nel Brasileirão, le prime partite internazionali in Copa Sudamericana (fuori ai quarti nella scorsa edizione, per mano del River Plate) e poi la splendida cavalcata della stagione corrente, che aveva visto il Chapé conquistare il nono posto in patria (a una giornata dalla fine) e, soprattutto, guadagnarsi il pass per la finale della seconda competizione continentale per club. Un’impresa vera, dopo aver eliminato il Cuiabá, l’Independiente di German Denis, i colombiani del Junior Baranquilla e, in semifinale, il San Lorenzo di Papa Francesco grazie alle straordinarie parate di Danilo, il portiere estratto vivo ieri mattina e poi morto in ospedale per le gravissime lesioni riportate nell’impatto. Che festa quel giorno negli spogliatoi, un video che ieri ha fatto in pochi minuti il giro del mondo dopo essere stato postato dalla società sul proprio profilo Twitter. L’ultimo saluto a quei guerrieri in verde che si erano imbarcati per spruzzare di gloria il finale di una favola e, soprattutto, far felice il popolo che ora li piange. Entusiasti, carichi e ignari del fatto che sarebbero entrati comunque nella leggenda. Il Brasile li ricorderà per sempre e si è già attivato per agevolare la ricostruzione dell’organico. Il mondo intero è chiamato a fare altrettanto, perché questi atleti devono restare un simbolo dell’essenza più pura del gioco del calcio, avendo dimostrato che con cuore e sudore qualsiasi gap può essere colmato, che sul manto erboso la meritocrazia è ancora di moda. Ciao Chapecoense, dall’altra parte qualcuno ha già preparato il palco per la premiazione, come esemplificato in questa vignetta che sta girando sui social sudamericani. E gloria sia.

Foto: Twitter Carhumo Lombardi